Focus sull'attacco dei Denver Nuggets
Nelle prime 29 partite il record è appena discreto, con 15 vinte e 14 perse, frutto in parte di un calendario abbastanza duro, ma anche di una ridotta efficacia dell'attacco

In svariate preview della stagione i Denver Nuggets venivano considerati vicinissimi al vertice della Western Conference per una serie di motivi:
- L’acquisizione di Andre Iguodala dai 76ers in cambio di Aaron Afflalo e Al Harrington nell’affare Howard
- I naturali progressi di un gruppo molto giovane, con solo Andre Miller ed Iguodala con più di 5 stagioni di esperienza nella NBA
- Uno dei roster più lunghi della NBA, con almeno 11/12 atleti in grado di contribuire a buon livello
- Il miglior attacco NBA nelle due precedenti stagioni
- La guida di coach George Karl in panchina e la presenza dell’ottimo gm Masai Ujiri (di cui trovate qui l’incredibile storia, la mente dietro le ultime scelte dei Nuggets,
L’idea dei Nuggets è di provare a vincere un titolo NBA senza avere una superstar nel roster, cercando di emulare – solo concettualmente, gli stili di gioco non potrebbero essere più diversi…- l’impresa dei Pistons di Larry Brown.
Nelle prime 29 partite il record è appena discreto, con 15 vinte e 14 perse, frutto in parte di un calendario abbastanza duro, ma anche di una ridotta efficacia dell’attacco. Vediamo perché:
Il principio che governa l’attacco Nuggets è la ricerca di lay-up e tiri liberi -con il tiro da tre in alternativa- , cercando di correre e di girare velocemente la palla. All’interno di questo concetto gli atleti hanno piena libertà di movimento, raramente un possesso è uguale al precedente, chiaro l’intento di sfruttare al meglio le varie opzioni offensive – pick’n’roll di Lawson, isolamento del Gallo (meglio contro le power forward), curl di Iguodala, Andre Miller spalle a canestro…- per non concedere punti di riferimento alle difese avversarie.
Rispetto alla scorsa stagione però manca molto l’apporto di Afflalo – in 61 partite per la guardia ex UCLA 15 punti con il 47% dal campo, il 39% da tre e il 79% ai liberi, oltre ad una solidissima difesa- ed Al Harrington - fondamentale per la capacità di allargare il campo da ala grande, per lui 14.2 punti e 6 rimbalzi con il 44% dal campo e il 33% ai liberi- , autori di 524 dei 1311 tiri da tre totali eseguiti da Denver lo scorso anno, al loro posto Iguodala deve ancora abituarsi all’ ‘anarchia’ tattica di Karl dopo le ultime stagioni giocate in un attacco super controllato come quello dei 76ers.
Inoltre l’esplosione del secondo anno Kenneth Faried – 11.9 punti e 9.9 rimbalzi in 28 minuti- in un certo senso ‘impone’ a George Karl di giocare molti minuti con due lunghi tradizionali, assetto che però presenta evidenti problemi di spaziature – problema ancor più grave se l’obiettivo primario dell’attacco è un facile tiro da sotto…-; addirittura il coach ha anche provato a schierare Faried da centro per risolvere il problema, ma l’esplosivo atleta da Morehead State – ex college del virtussino Ricky Minard- per quanto ottimo a rimbalzo e nelle situazioni dinamiche, è ancora molto indietro come difensore di squadra per poter giocare da primo lungo.
Infine c’è il problema percentuali di Danilo Gallinari, attualmente al 38% totale e il 30% da tre, parzialmente bilanciate dall’82% ai liberi su 5 tentativi a partita- e di Tyson Lawson – 41% totale, 31% da tre e 69% ai liberi-, entrambi ampiamente sotto le medie in carriera – 41% e 36% da tre per il Gallo, addirittura il 48% ed il 37% da tre per l’ex North Carolina-
Il risultato è che per ora i Nuggets hanno ‘solo’ il settimo attacco della NBA, frutto più dell’elevato ritmo – quinto NBA con 94 possessi per partita- che di grandi percentuali al tiro – attualmente il 46% totale ed il 32% da tre- ; sicuramente Iguodala con il tempo non potrà che migliorare all’interno del sistema di Karl, è abbastanza probabile anche che Gallinari e Lawson ritornino ad un livello di efficacia più consono alle loro capacità, ma sarebbe bene che George Karl iniziasse a dare direttive più precise in attacco per sfruttare al meglio le tante armi a disposizione, almeno nei possessi decisivi delle partite – ad esempio sfruttando l’atletismo e le qualità da passatore di Iguodala in post, oppure usando l’assetto con Gallinari da quattro per aprire il campo alle micidiali accelerazioni di Lawson -. Va benissimo l’imprevedibilità – specialmente nella NBA attuale in cui sembra che giochino tutti allo stesso modo…-, a patto però che non diventi improvvisazione vera e propria…